Crimea e Ucraina: la storia che si ripete
Nel luglio del 2026, a Kiev, ho incontrato Sinaver Kadyrov, attivista e uomo impegnato da decenni nella difesa dei diritti del popolo tataro di Crimea.
Nato nel 1955 a Samarcanda, nell’allora Repubblica Socialista Sovietica dell’Uzbekistan, Sinaver è figlio di quella deportazione che, nel maggio del 1944, colpì l’intero popolo tataro di Crimea.
La sua nascita lontano dalla Crimea non è quindi un dettaglio biografico casuale: è una conseguenza diretta della deportazione ordinata da Stalin. La sua vita è cresciuta insieme alla storia del suo popolo e alla battaglia per poter tornare nella propria terra.
Il ritorno in Crimea
Nel 1976, dopo il servizio militare nell’esercito sovietico, Sinaver visitò per la prima volta la Crimea.
Dal 1990 vi visse stabilmente, fino a quando, dopo l’occupazione russa del 2014, le autorità imposte dalla Russia lo arrestarono e, nel gennaio del 2015, lo espulsero dalla penisola.
Ma la sua storia di repressione non comincia nel 2014.
Gli anni del carcere
Negli anni Ottanta, ancora in epoca sovietica, Sinaver fu arrestato per la sua attività a sostegno dei diritti dei tatari di Crimea.Fu condannato a tre anni di carcere e deportato in una colonia penale della Jacuzia. Trascorse anni in condizioni durissime, subendo l’isolamento e ripetuti periodi di detenzione disciplinare.
Anche dal carcere continuò a resistere e a rivendicare i diritti del suo popolo.
Un pranzo, una lunga testimonianza
È quindi con quest’uomo che, nel luglio del 2026, mi sono seduto a tavola a Kiev.
Abbiamo pranzato insieme e, quasi naturalmente, quel pranzo si è trasformato in un lungo racconto.
Sinaver ha iniziato a parlare della sua vita, della Crimea, della deportazione del suo popolo, delle persecuzioni subite, degli anni trascorsi nelle carceri sovietiche e, infine, di quella Crimea che nel 2014 è stata occupata dalla Russia.
Ascoltandolo, una cosa mi ha colpito più di ogni altra:
La sua storia non appartiene soltanto al passato. Le vicende che Sinaver raccontava, alcune delle quali risalgono agli anni dell’Unione Sovietica, trovano infatti inquietanti corrispondenze in ciò che è accaduto e sta accadendo in Ucraina.
I metodi della repressione
Cambiano le date, cambiano i luoghi, cambiano le persone. Ma i metodi sono gli stessi. Prima arriva la propaganda.
Poi la costruzione di una realtà parallela, nella quale l’aggressore viene presentato come liberatore e chi si oppone come nemico. Segue la manipolazione della storia, insieme alla negazione dell’identità e alle intimidazioni. E quando tutto questo non basta, arrivano la forza, gli arresti, le sparizioni, le torture, le carceri e le deportazioni.
Una memoria che parla al presente
È questo il filo che unisce la storia di Sinaver alla tragedia dell’Ucraina di oggi. Ed è proprio per questo che vale la pena ascoltare la sua testimonianza. Non soltanto per conoscere la storia del popolo tataro di Crimea, ma anche per capire come la repressione possa ripresentarsi nel tempo, utilizzando linguaggi e strumenti diversi, ma conservando gli stessi metodi. La memoria, quando viene ascoltata, non racconta soltanto ciò che è stato.
A volte ci mette davanti a ciò che sta accadendo
«Senza la Crimea non esiste il popolo tataro di Crimea»
Sinaver Kadyrov
Una testimonianza raccolta a Kiev, luglio 2026
Indice
La scelta di resistere
Il prezzo della scelta
L'arresto
Gli anni di prigionia
La resistenza dentro il carcere
Gli altri prigionieri
La Crimea dopo dodici anni
Chi è rimasto
Il ritorno
Una domanda molto personale
Il ritorno a casa
La bandiera è stata conferita dai militari a queste donne, le quali, attraverso il loro costante impegno, ricoprono un ruolo cruciale nel salvataggio di vite umane.






Una vita per la Crimea.
L'intervista
Prima della resistenza: l’uomo e la Crimea
«Vorrei iniziare da lei, dalla sua vita prima dell’occupazione russa. Chi era, com’era la sua vita e quale rapporto aveva con la Crimea?»
Mi chiamo Kadyrov Sinaver, cittadino dell’Ucraina, di origine tatara di Crimea, sono nato nel 1955 nella città di Samarcanda, RSS Uzbeka (Repubblica Socialista Sovietica dell’Uzbekistan), oggi Repubblica dell’Uzbekistan. La mia nascita lontano dalla mia patria storica è legata alla tragedia della mia famiglia e di tutto il mio popolo, quando nel maggio 1944 il Cremlino, accusando senza fondamento il popolo tataro di Crimea di collaborazionismo di massa con gli occupanti tedeschi, sottopose l’intero popolo, compresi anziani inabili e neonati e le loro madri, a un’espulsione totale dalla terra natale. Tra loro c’erano anche i miei genitori, che allora erano bambini.
In Crimea ho vissuto stabilmente dal 1990 al gennaio 2015, quando con una decisione delle autorità di occupazione, precisamente con una decisione del tribunale municipale della città di Armyansk, nella cosiddetta Repubblica di Crimea, fui deportato dalla Crimea.
Prima del 1990 in Crimea venivo occasionalmente: la prima volta fu nell’estate del 1976, quando, dopo la smobilitazione dai ranghi dell’SA (Esercito Sovietico), su insistenza della famiglia, venni insieme a mia madre in Crimea, nella nostra patria storica.
Per la generazione più anziana dei tatari di Crimea, alla quale appartenevano i miei genitori, portare i figli nella propria patria e mostrare visivamente le proprie origini: la casa in cui erano nati, il luogo da cui affondano le proprie radici, dove riposano le tombe dei nostri antenati, la terra nella quale è nato il nostro popolo e che è la nostra patria ancestrale, divenne una sorta di iniziazione – un rito nazionale di ingresso nella famiglia tatara di Crimea.
