Crimea e Ucraina: la storia che si ripete
Nel luglio del 2026, a Kiev, ho incontrato Sinaver Kadyrov, attivista tataro di Crimea e uomo impegnato da decenni nella difesa dei diritti del suo popolo.
Per molti, in Italia e in Europa, i tatari di Crimea sono una realtà poco conosciuta. Sono un popolo turcofono, di tradizione prevalentemente musulmana sunnita, storicamente radicato nella penisola di Crimea. Per secoli hanno rappresentato una componente essenziale della vita culturale, sociale e politica di quella terra. La loro storia, tuttavia, è stata segnata da persecuzioni, repressioni e deportazioni. Nel maggio del 1944, il regime sovietico di Stalin deportò l’intero popolo tataro di Crimea dalla penisola, accusandolo collettivamente di collaborazionismo con i nazisti. Decine di migliaia di persone morirono durante il trasferimento forzato o negli anni immediatamente successivi all’esilio, soprattutto in Asia centrale. Per decenni, ai tatari di Crimea fu impedito di rientrare nella loro terra.
Sinaver Kadyrov è nato nel 1955 a Samarcanda, nell’allora Repubblica Socialista Sovietica dell’Uzbekistan. La sua nascita lontano dalla Crimea non è quindi un dettaglio biografico casuale, ma una conseguenza diretta di quella deportazione. Come molti altri tatari di Crimea nati in esilio, è cresciuto con il ricordo di una patria mai conosciuta direttamente, ma presente nei racconti familiari, nella lingua, nella memoria e nella volontà di tornare.
La sua vita si è intrecciata con la lunga battaglia del popolo tataro di Crimea per il riconoscimento dei propri diritti e per il ritorno nella propria terra. Negli anni sovietici, il movimento nazionale tataro di Crimea fu sottoposto a sorveglianza, intimidazioni e arresti. Kadyrov pagò personalmente il prezzo di quell’impegno: fu perseguitato, incarcerato e mandato in una colonia penale della Jacuzia. Anche in carcere continuò a difendere il diritto del suo popolo a esistere, a ricordare e a tornare.
Nel 1976, dopo il servizio militare nell’esercito sovietico, visitò per la prima volta la Crimea. Dal 1990 riuscì a viverci stabilmente, dopo decenni nei quali il ritorno dei tatari di Crimea era stato ostacolato o reso quasi impossibile. Ma quella conquista si è interrotta dopo l’occupazione russa della penisola nel 2014. Le autorità installate da Mosca lo arrestarono e, nel gennaio del 2015, lo espulsero dalla Crimea.
È quindi con quest’uomo che, nel luglio del 2026, mi sono seduto a tavola a Kiev per intervistarlo. Tra una portata e l’altra, la conversazione si è allargata naturalmente: Sinaver ha ripercorso la propria vita e quella del suo popolo, dalla deportazione all’esilio, dal ritorno in Crimea alle nuove persecuzioni. Le sue parole non hanno restituito soltanto una vicenda personale, ma la memoria collettiva di un popolo che continua a difendere il diritto di esistere nella propria terra.
Ascoltandolo, è apparso evidente come la sua esperienza non appartenga soltanto al passato sovietico. Cambiano le epoche, i confini e i protagonisti, ma alcuni meccanismi della repressione ritornano con impressionante regolarità: la propaganda che trasforma l’aggressore in liberatore; la costruzione di una realtà parallela; la manipolazione della storia; la negazione dell’identità di un popolo; l’intimidazione, gli arresti, le sparizioni, la tortura, il carcere e la deportazione. La vicenda dei tatari di Crimea aiuta a comprendere anche ciò che l’Ucraina sta vivendo oggi, soprattutto nei territori occupati dalla Russia.
Questa intervista nasce dall’incontro con un uomo che porta dentro di sé una parte essenziale della storia della Crimea e dell’Ucraina. La testimonianza di Sinaver Kadyrov non serve soltanto a ricordare ciò che è accaduto al popolo tataro di Crimea: serve anche a riconoscere, nel presente, i segnali e i metodi di una repressione che continua a riproporsi. La memoria, quando viene ascoltata davvero, non racconta soltanto ciò che è stato. A volte ci costringe a guardare ciò che sta accadendo.
L’intervista che segue è lunga. So che oggi molti fanno fatica a dedicare tempo alla lettura di testi articolati, ma credo che, in questo caso, valga la pena fermarsi. La testimonianza di Sinaver Kadyrov e la storia del popolo tataro di Crimea meritano attenzione, non soltanto per ciò che raccontano del passato, ma per ciò che aiutano a comprendere del presente.
«Senza la Crimea non esiste il popolo tataro di Crimea»
Sinaver Kadyrov
Una testimonianza raccolta a Kiev, luglio 2026


L'intervista




«Quando ha capito che non poteva semplicemente accettare ciò che stava accadendo in Crimea? Quando ha deciso di partecipare alla resistenza?»
Avevo forse la possibilità di oppormi all'occupante? No. Non l'avevo né io né, nel complesso, il popolo tataro di Crimea.
Nel momento della conquista della Crimea, nel febbraio 2014, lo capiva anche il governo russo: i russi sapevano che in Crimea l'unica popolazione che non avrebbe accolto con favore il loro arrivo era quella autoctona, i tatari di Crimea.
La ragione di questa ostilità verso i russi affonda nella storia della prima annessione della Crimea da parte della Russia, nel 1783, quando il governo russo violò unilateralmente il trattato di Küçük Kaynarca, in base al quale il Khanato di Crimea era riconosciuto come Stato indipendente e gli imperi ottomano e russo si erano impegnati a ritirare le proprie truppe dal suo territorio. Gli ottomani ritirarono le proprie truppe dalla Crimea, ma l'Impero russo, contrariamente agli obblighi assunti, non lo fece e, approfittando dell'assenza sull'istmo di forze crimeane in grado di opporre una resistenza militare, occupò e successivamente annesse la Crimea.
La tragedia della popolazione autoctona della Crimea non terminò allora. Come giustificazione dell'annessione, l'Impero russo utilizzò il pretesto della protezione della popolazione cristiana dall'oppressione della maggioranza musulmana. Secondo l'intervistato, questo argomento serviva a giustificare l'espansione russa della Crimea agli occhi delle potenze europee dell'epoca.
Secondo il suo racconto, invece, i russi, attraverso Suvorov, attirarono con l'inganno fuori dalla Crimea i sudditi cristiani ortodossi del Khan di Crimea — gli urum e gli armeni — e li trasferirono con la forza lontano dalla penisola, nelle nuove terre conquistate ai confini dell'Impero russo. Contemporaneamente la popolazione musulmana suddita del Khan fu sottoposta a saccheggi e terrore, costringendo molti a fuggire verso gli attuali territori della Romania e della Turchia.
Con la caduta dell'Impero russo nel 1917, i tatari di Crimea, come altri popoli soggetti all'Impero russo, iniziarono, alla luce delle nuove realtà storiche, a ricostruire una propria entità statale nella forma di una «Repubblica di Crimea». Il mutamento demografico prodotto in Crimea tra il 1783 e il 1917 rese però il processo più difficile.
Dopo l'annessione del 1783, secondo Kadyrov, gli zar russi tentarono in vari modi di eliminare la popolazione autoctona e sostituirla soprattutto con russi, ucraini e altri appartenenti a popoli cristiani. Di conseguenza, nel 1917 i tatari di Crimea rappresentavano non più del 25% della popolazione complessiva, compresi gli abitanti di Sebastopoli.
Il tentativo dei tatari di Crimea di unire il resto della popolazione della penisola per costruire uno Stato democratico indipendente, la «Repubblica di Crimea», non ebbe successo. Secondo il suo racconto, le altre forze non sostennero il progetto e, alleandosi con forze revansciste, compresi i bolscevichi, ne ostacolarono il processo. Nel 1921 i tatari di Crimea riuscirono comunque a difendere il diritto all'autodeterminazione nella forma di un'autonomia nazionale-territoriale, la cosiddetta Repubblica Socialista Sovietica Autonoma di Crimea, all'interno della RSFSR.
Nel maggio 1944 il governo sovietico, accusando indiscriminatamente tutti i tatari di Crimea di collaborazione con la Germania nazista, deportò l'intero popolo dalla propria patria. Nel corso della deportazione, secondo Kadyrov, i tatari di Crimea persero il 46,2% della popolazione.
Nei luoghi della deportazione i sopravvissuti furono sistemati in condizioni disumane: alcuni nelle stalle, altri in baracche o rifugi sotterranei. Tutti, compresi i bambini, furono sottoposti a sfruttamento e il compenso per il lavoro era una razione di pane. Furono privati di ogni diritto, compreso quello all'istruzione dei bambini. Tutti erano sottoposti alla registrazione presso il comandante del luogo di insediamento e dovevano presentarsi ogni mese; la mancata presentazione era equiparata alla fuga e poteva comportare una pena fino a 25 anni di carcere.
Nell'aprile 1956 il Presidium del Soviet Supremo dell'URSS emanò un decreto che rimuoveva alcune restrizioni relative all'insediamento speciale dei tatari di Crimea. Tuttavia il provvedimento non restituiva i beni confiscati illegalmente né riconosceva il diritto a tornare nei luoghi di residenza precedenti alla deportazione.
Solo 45 anni dopo, nel novembre 1989, sotto la pressione dell'opinione pubblica internazionale, il Soviet Supremo dell'URSS adottò la Dichiarazione «Sul riconoscimento come illegali e criminali degli atti repressivi contro i popoli sottoposti a trasferimento forzato e sulla garanzia dei loro diritti». Secondo Kadyrov, però, il ripristino dell'autonomia nazionale-territoriale, la restituzione dei beni e il risarcimento dei danni morali e materiali non arrivarono.
Nel dicembre 1991 l'URSS cessò di esistere. La lotta del popolo tataro di Crimea per il ripristino dei diritti violati nel maggio 1944 continuò, adattandosi alle nuove realtà storiche.
«La resistenza ha cambiato profondamente la sua vita. A cosa ha dovuto rinunciare per questa scelta? E c'è mai stato un momento in cui si è chiesto se ne valesse la pena?»
Potrà sorprendere, ma la comparsa degli «uomini verdi», senza insegne identificative, nelle strade delle città della Crimea tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo 2014, per noi tatari di Crimea non fu qualcosa di totalmente inatteso.
Rimaneva incomprensibile l'assenza di una reazione adeguata da parte delle forze di sicurezza ucraine in Crimea e delle unità di difesa ucraine mentre uomini armati non identificati occupavano edifici amministrativi e bloccavano le unità militari ucraine. Soltanto la popolazione civile, composta in larga misura da tatari di Crimea, espresse il proprio dissenso attraverso azioni di disobbedienza civile.
Secondo il suo racconto, nel tentativo di nascondere ciò che stava realmente accadendo, i servizi segreti russi crearono la cosiddetta «Autodifesa della Crimea». Kadyrov attribuisce a questa struttura azioni di intimidazione e violenza contro i civili che manifestavano il proprio dissenso.
Con la comparsa delle cosiddette milizie aumentarono, secondo il suo racconto, i casi di persone scomparse, alcune delle quali furono successivamente ritrovate morte con segni di tortura. Altre persone subirono gravi sofferenze fisiche e psicologiche.
In quelle condizioni, secondo Kadyrov, il principale strumento di difesa della popolazione consisteva nell'informare tempestivamente le organizzazioni internazionali per i diritti umani su ogni scomparsa e su ogni violazione dei diritti individuata, diffondendo il più possibile tali informazioni. Per questo fu istituita una linea telefonica di emergenza, i cui numeri furono distribuiti alla popolazione. Gli operatori raccoglievano le segnalazioni 24 ore su 24.
Quando i deputati della Verkhovna Rada della Repubblica Autonoma di Crimea e del consiglio comunale di Sebastopoli, secondo il racconto dell'intervistato, si preparavano al cosiddetto referendum generale della Crimea, Kadyrov e i suoi compagni del Movimento nazionale dei tatari di Crimea iniziarono un'attività di informazione, soprattutto tra i tatari di Crimea, sui rischi della partecipazione a quello che consideravano un referendum illegittimo.
I tatari di Crimea disponevano inoltre di proprie istituzioni rappresentative indipendenti dal potere: il Kurultai del popolo tataro di Crimea e il Mejlis. Il Kurultai veniva eletto con voto diretto e segreto e rappresentava il massimo organo rappresentativo del popolo tataro di Crimea. Tra una sessione e l'altra, le funzioni erano esercitate dal Mejlis.
Secondo Kadyrov, proprio l'esistenza di queste istituzioni riduceva l'influenza della propaganda ostile sulla popolazione tatara. Le autorità di occupazione instaurarono quindi un controllo personale sui membri del Mejlis.
Kadyrov sostiene però che le istituzioni rappresentative erano soltanto la «punta dell'iceberg» del movimento nazionale: il suo nucleo era il popolo e la sua base la famiglia tatara di Crimea. Per questo, quando il lavoro del Mejlis con la popolazione divenne più difficile, gli attivisti del movimento nazionale ne colmarono il vuoto.
Recatosi a Kiev con altri esponenti del movimento, Kadyrov incontrò deputati della Verkhovna Rada e propose una soluzione alternativa al referendum previsto: l'approvazione urgente di una legge sul popolo autoctono della Crimea, i tatari di Crimea, che avrebbe consentito di organizzare, nello stesso giorno, un plebiscito parallelo e indipendente.
Secondo il suo racconto, a quel punto sarebbe stato ancora possibile organizzare seggi in tutta la Crimea e coinvolgere non solo i tatari di Crimea, ma anche altri cittadini ucraini contrari alla separazione della Crimea dall'Ucraina. Il progetto, tuttavia, non trovò sostegno tra i deputati incontrati.
Successivamente iniziò la campagna per l'imposizione dei passaporti russi ai cittadini ucraini. Durante gli incontri, Kadyrov e i suoi compagni invitavano alla prudenza nella scelta di accettare il passaporto russo.
La situazione proseguì fino al 23 gennaio 2015, quando, con una decisione del tribunale cittadino di Armyansk, Kadyrov fu deportato dalla Crimea. Fu arrestato al posto di controllo di Armyansk mentre viaggiava dalla Crimea verso Kherson. Rimase al posto di controllo per più di cinque ore, in attesa degli agenti dell'ufficio immigrazione di Simferopoli, che lo accompagnarono all'ufficio di Armyansk e successivamente al tribunale.
Dopo alcune ore, gli stessi agenti, con la decisione scritta del tribunale, lo riaccompagnarono al posto di controllo, registrarono il provvedimento nel database russo e lo espulsero dal territorio che le autorità russe avevano incorporato nella Federazione.
Un'altra fase della sua vita, destinata a durare molti anni, fu legata a Kiev.
«Poi è arrivato l'arresto da parte dei russi e sono iniziati gli anni di prigionia. Ricorda il momento dell'arresto? A cosa pensava nelle prime ore, quando ha capito che la sua vita sarebbe cambiata?»
Mentre mi portavano dal posto di controllo al tribunale di Armyansk, davanti ai miei occhi riaffiorò involontariamente un'immagine di molti anni prima.
Era il dicembre 1985, a Tashkent. Alle sei del mattino gli agenti della procura della città entrarono nella casa dei miei genitori per una perquisizione. Cercavano documenti che contenessero prove delle violazioni dei diritti dei tatari di Crimea in URSS.
Gli attivisti del Movimento nazionale dei tatari di Crimea raccoglievano quei materiali, che documentavano la reale situazione del popolo tataro di Crimea nel Paese, per trasmetterli alle organizzazioni internazionali per i diritti umani.
Terminata la perquisizione, mi proposero di recarmi alla procura per rendere dichiarazioni. Anche allora fui trasportato in un'automobile privata, accompagnato da agenti in borghese. Quel viaggio terminò con la mia condanna a tre anni di carcere.
Scontai la pena nella colonia penale di lavoro di Lenski, nella Repubblica Socialista Sovietica Autonoma della Jacuzia, nella RSFSR. La Jacuzia è conosciuta come uno dei luoghi più freddi della Terra. Per una persona nata nel sud, dove la temperatura media annua è di circa +15 °C, trovarsi in un luogo dove la differenza tra il mese più freddo e quello più caldo può raggiungere 70-75 gradi rappresenta uno stress enorme. Durante la mia detenzione, a Lensk la temperatura invernale scese fino a -57 °C.
Le condizioni in cui venivano detenuti i prigionieri nell'URSS erano terribili e, secondo il mio racconto, non rispettavano gli standard internazionali. Durante la mia detenzione un prigioniero morì per ipotermia nello ŠIZO, l'isolamento disciplinare. Immaginate: non all'aperto, ma dentro una cella.
La scena tornò letteralmente davanti ai miei occhi quando fui rinchiuso per la prima volta nell'isolamento, all'inizio del gennaio 1987, poco dopo il trasferimento dal carcere preventivo di Jakutsk alla colonia.
I nuovi detenuti dovevano trascorrere almeno quindici giorni nel reparto di quarantena prima di essere assegnati a una squadra. Ma il periodo poteva essere prolungato con pretesti arbitrari. Nel mio caso, dopo meno di una settimana fui trasferito nello ŠIZO per quindici giorni con l'accusa di aver violato il regolamento interno.
La cella era piccola e poteva ospitare due detenuti. Si trovava all'estremità del corridoio, in un angolo dell'edificio, con entrambe le pareti esterne. Non era vuota: c'era già un altro detenuto.
Quando la porta si chiuse dietro di me, il prigioniero continuò a correre intorno al tavolo e alla panca fissati al pavimento. Era l'unico modo per riscaldarsi. L'angolo della parete esterna era coperto di ghiaccio dal pavimento al soffitto e anche l'unica finestra era ghiacciata.
All'ingresso nello ŠIZO il detenuto veniva perquisito e gli veniva tolta parte dei vestiti. Poteva tenere soltanto un completo di biancheria, una maglietta, una canottiera, un paio di calze e la divisa da detenuto. Gli venivano tolti invece i pantaloni imbottiti, il giubbotto invernale, il colbacco e gli altri indumenti destinati all'esterno.
Ai piedi, al posto degli stivali imbottiti sequestrati, venivano consegnati pezzi ricavati da vecchi stivali di feltro, senza tallone, usati come pantofole.
Il riscaldamento consisteva in un tubo che correva lungo il perimetro della cella e che serviva contemporaneamente come termosifone e per far arrivare acqua calda da bere e per l'igiene. L'acqua veniva erogata dall'esterno soltanto tre volte al giorno, durante colazione, pranzo e cena. Per il resto del tempo non c'erano né acqua né riscaldamento.
Dopo un po' iniziai a correre anch'io con il mio compagno di cella. Correvamo fino allo sfinimento, poi cercavamo di dormire sdraiati schiena contro schiena sulla stessa branda. Il calore ci permetteva di riposare per circa venti minuti, poi ricominciavamo a correre in attesa del momento in cui sarebbe stata riattivata l'acqua calda.
Dopo colazione aspettavamo il pranzo, poi la cena. Solo in quegli intervalli, dopo aver bevuto acqua calda, riuscivamo a scaldarci un po' dall'interno. Ci sedevamo sul tubo che chiamavamo «batteria» e ci appoggiavamo alla parete confinante con la cella vicina.
Nei due anni trascorsi nella colonia fui rinchiuso nello ŠIZO otto volte: sette volte per quindici giorni e una volta per dieci. Inoltre trascorsi sei mesi in PKT, il reparto a regime cellulare.
Nel PKT era prevista un'ora quotidiana di passeggiata nel cortile dell'isolamento, un pasto quotidiano, seppure ridotto, e la biancheria da letto per la notte. Di giorno erano consentiti libri e materiale per scrivere. Nello ŠIZO si mangiava a giorni alterni, sempre con razioni ridotte.
Su quasi 730 giorni di detenzione nella colonia, trascorsi nello ŠIZO 295 giorni.
Kadyrov osserva inoltre che nella colonia di Lensk la presenza dei detenuti appartenenti al popolo autoctono dei Sacha, gli Jakuti, appariva molto elevata rispetto alla loro consistenza demografica nella Repubblica autonoma. Aggiunge, sulla base delle testimonianze di altri detenuti, che nelle colonie penali della Jacuzia vi sarebbe stata una forte presenza di tubercolosi.
E ora che la Crimea è nuovamente, nelle sue parole, «sotto il tallone di Mosca», quei ricordi del passato sono tornati alla mente.
La norma penale in base alla quale fui condannato, l'articolo 191-4 del codice penale dell'Uzbekistan sovietico, riguardava la diffusione di affermazioni consapevolmente false che denigravano l'ordinamento statale e sociale sovietico. La pena poteva arrivare a tre anni di reclusione.
Formalmente questi reati non rientravano tra quelli considerati «particolarmente pericolosi contro lo Stato». Le indagini erano condotte dalla procura, anche se, secondo Kadyrov, erano di fatto seguite dal KGB. I condannati venivano inviati non nei campi politici di Mordovia o Perm, ma nelle colonie penali comuni, dove sarebbe stato più facile ricattarli e costruire nuovi procedimenti penali.
Durante la mia detenzione circolavano voci secondo cui si stava pensando di modificare il codice penale affinché il tempo trascorso nello ŠIZO e nel PKT non venisse conteggiato nella pena complessiva. Questo avrebbe potuto consentire, secondo me, abusi incontrollati da parte dell'amministrazione penitenziaria.
Questa prospettiva preoccupava molto i detenuti. Io ero convinto di sapere chi sarebbe stato tra i primi a subirne le conseguenze: io stesso.
«Anche in prigione continuava, in qualche modo, a resistere. Che cosa significa resistere quando ti hanno tolto la libertà e apparentemente non hai più alcun potere?»
L'intervento militare in Afghanistan e l'inasprimento delle persecuzioni contro il dissenso avevano fortemente indebolito l'autorità internazionale dell'URSS. Agli appelli internazionali per il ritiro delle truppe sovietiche dall'Afghanistan si unirono anche i dissidenti dell'URSS. Nel mondo venne proclamato il boicottaggio dell'Unione Sovietica, accompagnato da un importante pacchetto di sanzioni economiche.
La leadership sovietica, con il segretario generale del PCUS Michail Gorbačëv, fu costretta a venire incontro alle richieste della comunità internazionale. Tra le concessioni vi fu anche la decisione di liberare i detenuti condannati per motivi politici.
Amnesty International presentò un elenco nominativo delle persone condannate in URSS per dissenso e per posizioni civili contrarie alla linea ufficiale del partito e del governo. Nell'elenco c'era anche il mio nome.
Per anni il governo sovietico aveva negato le persecuzioni per motivi di dissenso; ora che non poteva più negare l'evidenza, tardava comunque a mantenere la promessa.
Secondo il mio racconto, le autorità trovarono una soluzione: indurre le vittime a riconoscersi colpevoli, trasferendo su di loro la responsabilità.
I detenuti inseriti nell'elenco di Amnesty International vennero costretti dalle amministrazioni delle colonie a scrivere di propria mano una richiesta al capo dello Stato, dichiarando che in futuro non avrebbero diffamato lo Stato né compiuto azioni simili a quelle per cui erano stati condannati.
Accadde anche a me. Un giorno della seconda metà di febbraio 1987 fui convocato al comando della colonia. Nell'ufficio del direttore mi aspettava il procuratore di sorveglianza di Lensk.
Iniziňò chiedendomi delle condizioni di detenzione. Avevo appena trascorso quindici giorni nello ŠIZO e avevo certamente qualcosa da dire. Ben presto capii che non era quello il motivo della visita: voleva ottenere da me una richiesta scritta indirizzata a Gorbačëv, nella quale dichiarassi che non avrei più diffamato lo Stato.
Gli risposi che non avevo mai diffamato nessuno e che una simile richiesta avrebbe dato l'impressione che lo avessi fatto. Si arrabbiò e mi disse: «A quanto pare ti piace stare qui».
Gli risposi che non mi piaceva affatto stare nella colonia, ma che non avrei scritto quella richiesta.
Mi assicurarono che si trattava soltanto di una formalità e che, una volta libero, avrei potuto esprimere apertamente la mia opinione sulla politica dello Stato. Mi promisero che, se avessi scritto, nel giro di due mesi sarei tornato a casa da uomo libero. In caso contrario, mi dissero che me ne sarei pentito.
Non mentivano. Da quel giorno diventai un frequentatore abituale dello ŠIZO. Anche la liberazione avvenne dallo ŠIZO: uscii il 8 dicembre 1988, quattro giorni prima della scadenza completa della pena.
«In quegli anni incontrò altri prigionieri politici. C'è una persona o una storia incontrata in carcere che non dimenticherà mai?»
Durante la mia permanenza nella colonia penale di Lensk incontrai tre persone condannate per motivi politici.
Il primo era un ebreo, un «refuznik», cioè una persona che aveva rinunciato alla cittadinanza sovietica nel tentativo di ottenere il permesso di emigrare definitivamente in Israele. Al posto di Israele finì in una colonia penale in Jacuzia. Era un fisico, ricercatore scientifico; secondo quanto si diceva, da libero aveva lavorato con Andrej Sacharov e questo sarebbe stato il motivo del rifiuto dell'espatrio. Ufficialmente a persone di questo tipo veniva negato il permesso perché considerate portatrici di segreti militari e tecnologici. Lo vidi solo un paio di volte; lavorava in biblioteca. Non facemmo in tempo a conoscerci. Poco dopo la visita del procuratore di sorveglianza fu liberato.
In colonia rimanemmo in due: Petja e io.
Petja era un credente pentecostale che aveva tentato di lasciare l'URSS con la propria famiglia. Il risultato fu che lui finì in carcere in Jacuzia per quattro anni e mezzo, mentre la moglie e i figli rimasero nell'Estremo Oriente, senza passaporto e senza documenti per i bambini. Per tutti i quattro anni e mezzo non ebbe nemmeno un colloquio con la famiglia: la moglie e i figli, privi di documenti d'identità, non potevano raggiungere Lensk per incontrare il marito e padre.
Il terzo era un tagiko, insegnante e religioso musulmano, condannato a due anni e mezzo. Insegnava clandestinamente il Corano. Non so se fosse membro del Partito della Rinascita Islamica del Tagikistan. Arrivò nella colonia di Lensk all'inizio del 1988 e vi rimase soltanto un paio di mesi. Fu assegnato alla stessa squadra nella quale ero io, ma ci vedevamo molto raramente, tra una mia permanenza nello ŠIZO e l'altra. Quando tornai ancora una volta dall'isolamento, non lo trovai più. Mi dissero che gli avevano cambiato regime di detenzione e che era stato trasferito, forse nel territorio di Khabarovsk o di Primorje.
Alla fine del 1986 e all'inizio del 1987 ero nello ŠIZO della colonia a regime ordinario di Lensk. Uno dei sottufficiali di guardia mi disse di prepararmi a incontrare alcuni miei «compagni» provenienti dal Kazakistan: secondo lui, i kazaki si erano ribellati contro Mosca e qualcuno avrebbe potuto essere trasferito nella stessa colonia.
Non incontrai però nessuno dei partecipanti agli eventi del dicembre 1986 in Kazakistan. Un anno dopo, all'inizio del 1988, arrivò invece dalla Repubblica Socialista Sovietica del Tagikistan un detenuto condannato per la sua partecipazione al movimento islamico tagiko.
Non ricordo il suo nome. Era un uomo di circa cinquant'anni, scuro di carnagione, di bassa statura e dai modi gentili. Tra le poche cose che possedeva aveva un fazzoletto che usava come tappetino per la preghiera, a testimonianza della sua religiosità. Mi raccontò di aver svolto attività di insegnamento non autorizzata dallo Stato, insegnando il Corano ai bambini.
Secondo il suo racconto, il movimento islamico tagiko, nelle sue origini, rappresentava un'attività educativa di alcuni esponenti religiosi musulmani che volevano recuperare le tradizioni islamiche della repubblica, considerate un possibile argine al degrado della società. A suo giudizio, proprio il potere sovietico, attraverso l'ideologia comunista, aveva cercato di distruggere le basi dell'identità etnica e i valori morali dei tagiki e degli altri popoli dell'URSS.
I condannati in base all'articolo 190-1 del codice penale della RSFSR e alle norme analoghe delle altre repubbliche venivano generalmente inviati nelle colonie penali comuni. Secondo Kadyrov, questo rappresentava anche uno strumento di pressione fisica e psicologica: la presenza dei criminali comuni consentiva di attribuire a loro le conseguenze delle intimidazioni e delle provocazioni.
Per questo i detenuti politici cercavano di essere particolarmente prudenti, per evitare provocazioni organizzate dal personale del campo o dagli stessi detenuti. Non facevamo eccezione.
Il campo era diviso in varie zone separate da recinzioni. Le due principali erano la zona abitativa e quella di lavoro. Lo ŠIZO costituiva un blocco separato.
La zona abitativa comprendeva le baracche. Ogni gruppo di detenuti viveva in una baracca, circondata da una recinzione metallica alta, chiamata «localka». Era severamente vietato uscire individualmente dalla zona assegnata. Nella zona abitativa c'erano anche mensa, bagno, club, biblioteca e area sportiva.
La scuola si trovava tra la zona abitativa e quella di lavoro. Per andare in biblioteca o in infermeria serviva l'autorizzazione personale dell'ufficiale di turno. In altri casi si poteva uscire dalla propria zona soltanto in gruppo.
Comunicare con detenuti appartenenti a squadre diverse era estremamente difficile. Ed era il nostro caso: eravamo tutti assegnati a reparti differenti.
Poiché l'articolo con il quale ero stato incriminato riguardava la «diffusione di affermazioni consapevolmente false che denigravano l'ordinamento sovietico», ciò che interessava alle autorità erano i documenti contenenti informazioni sulle violazioni dei diritti dei tatari di Crimea in URSS.
«Oggi, dopo dodici anni di occupazione, come è cambiata la Crimea? Che cosa è cambiato più profondamente nella società e nel modo di pensare delle persone? E come guarda a chi è rimasto nella penisola e oggi cerca semplicemente di vivere in condizioni di occupazione? Si può resistere anche senza compiere gesti pubblici di opposizione, quando esporsi può significare mettere in pericolo sé stessi e la propria famiglia?»
«In Crimea, tra i cittadini ucraini che sono rimasti, vedo sostanzialmente due categorie. La prima è costituita, in larga parte, da collaborazionisti e da convinti sostenitori del cosiddetto “mondo russo”. La seconda è rappresentata dalla popolazione autoctona della Crimea: i tatari di Crimea. I tatari di Crimea sono coloro che non hanno accolto i russi come “liberatori”, ma che allo stesso tempo non intendono abbandonare la propria terra per assecondare l'occupante.
Oggi, mentre la guerra è entrata nelle famiglie di ogni cittadino ucraino, portando con sé il dolore delle perdite e la solidarietà verso chi è sopravvissuto, sono ancora pochi quelli che ricordano e comprendono veramente il dolore e l'umiliazione che il mio popolo continua a vivere, cercando di rinascere e di vivere nella propria terra. Dopo l'occupazione della Crimea, almeno 50.000 persone hanno lasciato la penisola.
Per chi è rimasto, la situazione è molto difficile. Vivere sotto occupazione significa anche dover scegliere ogni giorno come comportarsi, cosa dire e fino a che punto esporsi. Non tutti possono permettersi di compiere gesti pubblici di opposizione e non credo sia giusto giudicare chi, vivendo in queste condizioni, non può o non vuole mettere in pericolo sé stesso e la propria famiglia.
La resistenza non sempre è visibile. Ci sono persone che non possono manifestare pubblicamente il proprio dissenso, ma che continuano a non riconoscersi nell'occupante e a non voler abbandonare la propria terra.»
«Se un giorno la Crimea tornasse libera, secondo lei che cosa sarebbe più difficile ricostruire: le istituzioni, la fiducia tra le persone o l'identità di una società che ha vissuto per anni sotto occupazione?»
La liberazione della Crimea non si concluderà con l'espulsione degli occupanti russi.
Sulla base di quanto esposto, e nell'interesse di un' Ucraina indipendente, occorrerebbe, secondo Kadyrov:
1. adottare una legge ucraina che annulli tutti gli atti normativi dell'ex URSS sulla base dei quali le persone di nazionalità tatara di Crimea sono state private di diritti individuali e proprietà, ma anche di diritti collettivi, compreso il diritto al proprio patrimonio storico nazionale;
2. recepire nell'ordinamento ucraino le norme della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni;
3. modificare la Costituzione ucraina prevedendo il riconoscimento dell'autonomia nazionale-territoriale del popolo tataro di Crimea sulla propria terra storica all'interno dell'Ucraina. Secondo il testo, tale atto dovrebbe essere interpretato come ripristino dei diritti del popolo tataro di Crimea, finalizzato a superare le conseguenze del genocidio e ad assicurare il diritto all'autodeterminazione;
4. rivedere il programma di de-occupazione e reintegrazione della Crimea temporaneamente occupata, basandolo sul principio della ricostituzione dell'autonomia nazionale-territoriale tatara di Crimea all'interno dell'Ucraina.
Il testo propone inoltre l'adozione di una legge «Sul superamento delle conseguenze del genocidio del popolo tataro di Crimea», con l'annullamento degli atti repressivi contro i tatari di Crimea e il loro riconoscimento come atti illegali e criminali.
La proposta dei «9 passi per la de-occupazione della Crimea»
Il documento riporta la data 31 gennaio 2018 e presenta una concezione della de-occupazione della Crimea attraverso il ripristino della soggettività giuridica del popolo tataro di Crimea.
I nove passi indicati sono:
1. firmare un Trattato di amicizia e mutua assistenza tra il popolo ucraino e quello tataro di Crimea;
2. eleggere un parlamento extraterritoriale dell'Autonomia tatara di Crimea;
3. formare un governo extraterritoriale dell'Autonomia tatara di Crimea;
4. aprire, presso le rappresentanze diplomatiche ucraine all'estero, strutture che rappresentino gli interessi dell'Autonomia tatara di Crimea;
5. ottenere per l'Autonomia tatara di Crimea lo status di osservatore presso l'ONU, il Parlamento europeo e altre organizzazioni internazionali;
6. preparare e presentare agli organi giudiziari internazionali ricorsi per la liberazione della Crimea, indicata nel testo come terra ancestrale del popolo tataro di Crimea;
7. condannare la politica di insediamento in Crimea della popolazione non autoctona e riconoscerla come un crimine contro il popolo tataro di Crimea, avviando inoltre un gruppo internazionale per indagare sui casi di persecuzione amministrativa e penale e sui casi di deportazione e divieto di residenza;
8. indurre la Russia a demilitarizzare la Crimea;
9. ottenere il divieto di collocare e conservare in Crimea armi nucleari e altre armi di distruzione di massa.
Il documento riporta anche i nomi e i recapiti dei membri del gruppo d'iniziativa. Per la pubblicazione sul sito suggerisco di non riprodurre automaticamente numeri di telefono ed e-mail personali, a meno che l'interessato non abbia confermato che desidera renderli pubblici.
«Dopo tutto quello che ha vissuto, che cosa rappresenta oggi la Crimea per lei? È ancora semplicemente la sua terra oppure è diventata anche il simbolo di tutto ciò per cui ha combattuto?»
La Crimea per me è sempre stata e sempre resterà la terra dalle cui profondità sono cresciute le radici della mia famiglia e del mio popolo.
Per i cittadini ucraini che non sono di origine tatara di Crimea, la Crimea è semplicemente un territorio. Per noi, invece, la Crimea è l'anima del popolo, l'essenza stessa dell'esistenza dei tatari di Crimea. Senza la Crimea non esiste il popolo tataro di Crimea.
Già da bambino, quando non avevo la minima idea di come fosse realmente, sapevo che era speciale e completamente diversa dai luoghi nei quali ero nato e avevo vissuto fino all'estate del 1976, quando la visitai per la prima volta. Nella mia immaginazione era esattamente come me l'avevano descritta i miei genitori attraverso i loro ricordi d'infanzia.
«Immagini che domani la Crimea sia libera e che lei possa tornare. Dove andrebbe per prima cosa? E che cosa vorrebbe vedere?»
In Crimea sono rimasti i miei cari: mio fratello, mia sorella e i suoi figli, oltre a parenti, amici e persone che conosco da vicino. Sarebbero loro le prime persone che vorrei andare a trovare.
Ma prima andrei sulla tomba di mio padre, morto dopo la mia deportazione, e sulle tombe di mia madre e di mia zia paterna. Andrei anche sulle tombe degli altri parenti, degli amici e delle persone care, per recitare una preghiera per le anime di coloro con i quali non ho potuto salutarmi e ai quali non ho potuto dare l'ultimo addio.
La Crimea negata
«Vorrei cominciare da lei, dalla sua vita prima dell'occupazione russa. Chi era, com'era la sua vita e quale rapporto aveva con la Crimea?»
Sono Sinaver Kadyrov, cittadino ucraino, di origine tatara di Crimea, sono nato nel 1955 nella città di Samarcanda, nell'Uzbekistan sovietico (Repubblica Socialista Sovietica dell'Uzbekistan), oggi Repubblica dell'Uzbekistan. La mia nascita lontano dalla mia patria storica è legata alla tragedia della mia famiglia e di tutto il mio popolo: nel maggio 1944 il Cremlino, accusando senza fondamento il popolo tataro di Crimea di collaborazione di massa con gli occupanti tedeschi, sottopose l'intero popolo, compresi anziani debilitati, neonati e le loro madri, alla deportazione totale dalla propria terra. Tra loro c'erano anche i miei genitori, che all'epoca erano bambini.
Ho vissuto stabilmente in Crimea dal 1990 al gennaio 2015, quando, con una decisione delle autorità di occupazione, precisamente del tribunale cittadino di Armyansk, nella cosiddetta Repubblica di Crimea, sono stato deportato dalla Crimea.
Prima del 1990 mi recavo in Crimea soltanto per periodi brevi. La prima volta fu nell'estate del 1976, quando, dopo il congedo dall'esercito sovietico, su insistenza della famiglia, venni con mia madre in Crimea, nella nostra patria storica.
Per la generazione più anziana dei tatari di Crimea, alla quale appartenevano i miei genitori, portare i figli nella propria terra d'origine e mostrare concretamente le proprie radici — la casa in cui erano nati, il luogo da cui provenivano, le tombe degli antenati, la terra nella quale il nostro popolo era nato e che considerava la propria patria ancestrale — era diventato una sorta di iniziazione, un rito nazionale di ingresso nella famiglia tatara di Crimea.
Noi, figli nati nei luoghi della deportazione, conoscevamo la tragedia dei nostri genitori attraverso i loro ricordi d'infanzia, ma non avevamo mai visto con i nostri occhi né le loro case né la nostra patria. Tornare in Crimea ai tatari di Crimea, compresi noi figli nati fuori dalla patria storica, era vietato dalla legge e la violazione di tale divieto era punita penalmente.






